venerdì 27 dicembre 2013

Zuppa di carote al succo d'arancia per il 100% Gluten (fri)Day



Non tutti possono vantare un’amica Fornostar. Io sì. Lei è allegra, solare, divertente, spumeggiante, canterina, generosa, sensibile e profonda. Lei è celiaca. Lei è semplicemente Stefania.


Dare le giuste informazioni sulla celiachia è un po’ la sua missione, cercando di far passare il messaggio che si può mangiare bene senza rinunciare al gusto. Nel libro che ha pubblicato “Metti un celiaco a cena” ci sono ricette per tutti, ricette senza glutine pensate per non far sentire il celiaco diverso a tavola e per non costringere gli altri commensali a mangiare alimenti specifici. Cibi buoni che vadano bene per tutti. 


Quando leggo il suo libro e quel papiro di dedica che mi ha scritto, sorrido, perché mi sembra di sentirla mentre racconta con quel suo accento palermitano che mi piace tanto e mi pare di vederla gesticolare da gran diva come solo una Forno Star sa fare. E’ stata lei a costringermi a pensare alla celiachia in una sfida dell’MTC e ha messo me e tante altre sfidanti nella condizione di dover pensare non solo a eliminare il glutine ma soprattutto a evitare le contaminazioni. Ho capito quanto sia difficile districarsi tra tante etichette fumose, accollandosi ogni volta il rischio di sbagliare. Anche stavolta per non avere dubbi mi sono affidata a una sua ricetta, tratta dal suo libro, scoprendo una zuppa buonissima, un carico di vitamine, un profumo speziato e un colore talmente solare da mettere allegria.
Sempre lei mi ha fatto conoscere il 100% gluten (fri)Day al quale, con oggi, vorrei cominciare a contribuire.


Carote 500 g
Arance bio 2
Cipolla bionda ½
Sale
Olio evo 2 cucchiai
Sedano 1 costa
Coriandolo, cumino ½ cucchiaino
Zenzero fresco 1 cm
Panna fresca 100 ml
Cognac profumato all’arancia o vino bianco 1/3 di bicchiere
Acqua 400 ml

Fare un trito di sedano e cipolla e far soffriggere con un cucchiaio d’olio. Aggiungere le carote (lasciarne una da parte) lavate, pulite e tagliate a rondelle e lo zenzero. Sfumare con il cognac, aggiungere il sale. Unire il succo d’arancia e l’acqua e lasciar bollire per 30 minuti o fino a che le carote siano diventate morbide. Dopodiché frullarle con il mixer unire la panna e lasciar restringere per 10 minuti. Aggiungere le spezie. Tagliare a julienne la carota rimasta e farla saltare in padella con un cucchiaio d’olio per 5 minuti. Servire la zuppa con le carote croccanti e un goccio di panna.

Con questa ricetta partecipo al 100% Gluten (fri)Day











domenica 22 dicembre 2013

Stained glass cookies...ma quando si smette di credere a Babbo Natale?



Quando si smette di credere a Babbo Natale? Mi sono fatta questa domanda perché Dario ha ormai sette anni e, credevo che tra la scuola e il centro diurno dove va a giocare, frequentato anche da bambini più grandi, avesse fiutato qualcosa. Mia madre mi mise davanti al fatto compiuto a sei anni, dicendomi candidamente che la Befana (per quelli della mia generazione era lei la dolce vecchietta a portarci i doni o il carbone) in realtà era lei, io spalancai gli occhi dall’incredulità e con un certo orgoglio da figlia della Befana, ribattei << Davvero sei tu? Ma come fai a portare i regali a tutti i bambini?>>. L’aneddoto è passato alla storia e ancora si racconta durante le festività, ridendo ogni volta della mia ingenuità, in verità, forse, era un tantino presto per farmi smettere di sognare. Ma tant’è!

Non che io abbia affrontato la cosa meno direttamente a dire il vero, infatti, al pargolo ho chiesto << Ma tu credi a Babbo Natale?>>, <<certo mamma e ne ho le prove!>>, << ti ricordi l’anno scorso quando bussò alla porta e lasciò i pacchi per me? Beh dentro c’era proprio quello che avevo chiesto nella lettera…..se non è una prova questa”. Davanti a tanta fede non ho potuto ribattere nulla, ho pensato che c’è ancora dentro con tutte le scarpe e anche per quest’anno dovremo inventarci qualcosa.


Qualche giorno dopo, all’improvviso è lui a farmi una domanda <<Mamma ma tu credi allo spirito del Natale?>>e io <<No amore>>, mi ha guardato tra lo sconcertato e il deluso e mi ha urlato <<ma tu devi credere allo spirito del Natale altrimenti Babbo Natale muore…me lo hanno detto le maestre del Cecco Rivolta>>. Davanti ad una simile arringa e a prove inoppugnabili non potevo fare finta di nulla e ho dovuto promettere solennemente che da quel momento avrei creduto allo spirito del Natale. Non posso mica avere sulla coscienza  il vecchietto panciuto?

La sera stessa ha scritto la lettera terminando con  << io credo in te e nello spirito del Natale però anche nei miei genitori>> , poi mi ha chiesto se, secondo me, sarebbe bastato un francobollo normale per spedirla e nell’incertezza l’ha messa sul camino sperando che babbo passasse da solo a prenderla. La mattina dopo non c’era più (magicamente) e guardandomi con aria di sfida mia ha detto << Hai visto? Te lo dicevo io che Babbo Natale esiste!!!>>

Ed ecco che rinvigorita da nuova linfa natalizia ho fatto i biscotti. Biscotti fatti con le caramelle, da realizzare per e con i bambini e volendo anche da attaccare all’albero (basta fare un buchino)…a patto che come me non abbiate un cucciolo in casa che divora ogni cosa.

Per circa 40 biscotti (da Regali golosi di Sigrid Verbert)

Farina 250 g
Burro 125 g
Zucchero 125 g
Uova 1
Bacca di vaniglia 1/2
Sale un pizzico
Caramelle dure colorate circa 20 (io rosa)

Mescolare la farina, lo zucchero i semini di vaniglia e il sale. Unire il burro a tocchetti ancora freddo e continuare ad impastare. Aggiungere l'uovo e amalgamare bene il tutto fino a ottenere un composto omogeneo. Lasciare in frigo per almeno un'ora. Stendere la pasta in sfoglie di circa 3 mm e ricavare i biscotti della forma desiderata e poi ritagliare al centro con uno stampo più piccolo. Disporre i biscotti in una teglia su carta da forno , mantenendoli distanziati. Porre le caramelle in un sacchetto o tra due fogli di carta da forno e con un matterello ridurle in polvere. Infornare i biscotti a 180°C per circa 20 minuti. A metà cottura fare dei mucchietti di caramelle tritate al centro e proseguire la cottura fino al termine. Sfornare quando i biscotti sono cotti ma non troppo dorati, lasciar raffreddare prima di staccare i biscotti.




lunedì 16 dicembre 2013

Paté di baccalà in olio cottura con gelatina al mandarino



Io vivrei solo di antipasti. Il mio pranzo ideale sarebbe una serie di assaggini freddi e caldi e un dolce per finire. Ammetto che anche il primo mi fa gola ma, è proprio agli antipasti che non resisto…che poi si dica che rovinano il pasto, che ci vuole più tempo a farli che a mangiarli non m’importa. Mia mamma non li prepara mai, neanche la domenica o per le feste perché, da donna pratica, evita di lavorare tanto per dedicarsi di più alla sostanza. Per me l’antipasto, da piccola, era l’uscita al ristorante, l’occasione di festa nella quale sperimentare piatti inconsueti e diversi…quasi come se mangiare un antipasto mi facesse sentire importante. 


Se rinuncio a qualcosa al ristorante non sono certamente quei piccoli goduriosi piattini che stuzzicano l’appetito (lupigno) che mi ritrovo. Detto questo, il paté non è certo un mio cavallo di battaglia, l’ho fatto poche volte ma riconosco che è più per ignoranza (nell’accezione del non conoscere) che per altro. Ritrovandomi tra le mani il bellissimo libro dell’MTC, ho voluto provare qualcosa di nuovo e realizzando un solo paté ho sfatato ben 3 personali miti. Con il paté di Mari ho cotto in olio cottura per la prima volta, ho usato la gelatina in fogli per la prima volta (ebbene sì) e ho fatto un vero, buono ed elegante paté. 


Presa dall’euforia che in questi giorni ha paralizzato i social #loradelpate, ho voluto strafare e una parte del composto l’ho messo a raffreddare in uno stampo 3D a forma di trenino. Mi sono detta che magari i nanetti presenti in tavola avrebbero gradito di più il paté se presentato in un modo giocoso, potendo scatenare la fantasia e devo dire che ha funzionato e al grido di "è arrivato un treno carico di…", l’hanno fatto fuori tutto. Questo è solo uno dei 41 paté presenti nel libro "L’ora del paté”, il primo volume della collana dell’MTC. Lo trovate a pagina 68.

Per il paté
Baccalà ammollato 400 g
Acciuga sott’olio 1
Burro 40 g
Robiola 40 g
Spicchi d’aglio 2
Olio extra vergine d’oliva ½ litro

Per la gelatina di mandarino
Succo di mandarino 250 ml
Colla di pesce 2 fogli


In una piccola casseruola, intiepidire il succo di mandarino e farvi sciogliere la colla di pesce precedentemente ammollata in acqua fredda e ben strizzata. Mescolare bene. Versare il composto nello stampo in uno strato spesso mezzo centimetro e riporre in frigo per una notte.
Versare l’olio in un recipiente di vetro a chiusura ermetica e porlo  nel forno a 70° C per il tempo necessario a che l’olio si scaldi. Dopodiché, mettere il baccalà tagliato in tranci nel recipiente insieme ai due spicchi d’aglio e fare cuocere a 70°C per tre ore.
Far raffreddare il baccalà nell’olio, quindi estrarlo e pulirlo bene togliendo la pelle e le spine.
Trasferirlo nel frullatore insieme alla robiola, al burro, all’acciuga e a un cucchiaio dell’acqua che avrà rilasciato durante la cottura e che si sarà depositata sul fondo del recipiente. Frullare bene il tutto.
Mettere il composto negli stampini sopra la gelatina di mandarino che nel frattempo si sarà addensata e riporre nuovamente il tutto nel frigorifero per un’ora.
Mezz’ora prima di servire, passare lo stampo in freezer. Immergere successivamente lo stampo per pochi secondi in acqua calda, sformarlo sul piatto da portata.

sabato 14 dicembre 2013

Gamberi saganaki...è Natale e io ripenso alle vacanze



Lo so, lo so, me lo dico da sola. Sono fuori tema. Mentre in quasi tutti i blog impazzano le ricette natalizie, io ricordo le vacanze estive. Qualcuno penserà che sono polemica, asociale o solo un po’ matta. E’ che per me, questo è il periodo nel quale vorrei andare in vacanza, staccare da tutto, non dover pensare a cenoni, pranzi e regali e fuggire, possibilmente in un luogo dove non si festeggia il Natale. Niente vetrine, niente, luci, niente babbini sui terrazzi o aggrappati alle finestre, niente lista dei regali, niente adunate di parenti e pranzi all’ingrasso, niente siamo tutti più buoni e auguri di rito. Sarà che a fine anno sono stanca, l’autunno mi immalinconisce ma, il mio ideale sarebbe partire ora e tornare per la Befana. Per motivi vari ogni volta rimandiamo e a me non resta che sognare nuove mete o ripensare a quelle vecchie, al sole, al mare, alle emozioni di  un viaggio passato. Quando ho raccontato di Cefalonia ho finito il post promettendo di raccontare anche la visita a Zacinto ed ecco che la voglia di gamberi saganaki mi ha riportato a ricordare proprio quella gita.


Siamo arrivati a Cefalonia pensando che almeno un giorno l’avremmo dedicato alla visita di un’isola vicina: Lefkàda, Itaca o Zacinto. Io era convinta, convintissima che la meta sarebbe stata Itaca, solo ripetere il nome ancora mi evoca la magia del mito di Ulisse, e tutti i miei sforzi logistici sono andati in quelle direzione, fino a che non ho letto la guida. In pratica lo descriveva come uno scoglio desolato dove delle tracce del mito non c’è rimasto nulla e per di più ogni giorno sbarcano orde di turisti che fanno la minicrociera tra le isole all’assalto dell’unico villaggio in cerca di foto e souvenirs. No, non s’ha da fare. Abbiamo ripiegato su Zacinto, non sapendo bene cosa aspettarci.

 

Lo ammetto prima di salire sul traghetto quello che sapevo dell’isola era “Ugo Foscolo nasce a Zante o Zacinto nel 1778” e, da uno che poi ha scritto i Sepolcri e le Ultime lettere di Jacopo Ortis, non avevo grandi aspettative. 

Il porto di Agiou Nikolaos, dove siamo sbarcato dopo un'ora di traghetto, è minuscolo. L’idea era quella di andare a sud dove, avevo letto nella guida c’era la zona balneare e il Parco Nazionale della Caretta Caretta. Essendo in periodo di deposizione delle uova, sognavo di poter vedere queste tartarughe, veloci in acqua e goffe sulla terraferma, andare a scavare le buche per la deposizione. Anche se ero consapevole che poteva essere solo un sogno dato che tutto accade di notte e un parco non ti consente visite individuali e non concordate, ma mi piaceva l’idea di vedere una posto tanto naturale e affascinante.



Le cose andate diversamente perché al primo bar dove ci siamo fermati per fare colazione, la proprietaria, una svizzera trapiantata nell’isola, ci ha indirizzato a nord verso le Grotte Azzurre e il relitto di una nave, da vedere, secondo lei, presto la mattina, prima dell’arrivo degli autobus carichi di turisti. Ci siamo fidati e abbiamo fatto bene. Quello che ci si è presentato dinanzi è stato il paradiso, una costa a picco, una spiaggia bianca e un gioco di correnti che rende l’acqua di un colore indescrivibile, di un azzurro lattiginoso mai visto.

Da lì abbiamo proseguito verso ovest e poi verso sud passando in quella che è la zona dell’isola più selvaggia e incontaminata dove si gira dimenticandosi che qualcun altro potrebbe guidare nel senso inverso al tuo, dove il solo rumore è quello dell’auto e della natura, dove puoi vedere capre, olivi secolari, il mare cristallino in lontananza, piccoli villaggi e carretti trainati da asinelli. Un’oasi di pace e serenità.


Finalmente a sud, ci siamo fermati a Keri beach per un bagno nelle acque cristalline poi finalmente nella spiaggia delle tartarughe. Finalmente? No NON volevo crederci, una delusione tremenda. Arrivati a Laganas mi è sembrato di entrare nel set di un film ambientato a Las Vegas, luci sgargianti, colori psichedelici, divertimenti e negozi di ogni tipo e giovani ubriachi sulla spiaggia alle 3 del pomeriggio. Ero basita. Persino l’acqua in quel posto mi sembrava brutta e sporca. Pensavo a quelle povere tartarughe che sono nate in quella spiaggia e che tornavano per deporre le uova in quel caos assoluto. Alle tartarughe è concessa una parte della spiaggia che, di notte (almeno di notte) viene chiusa. Non vedevo l’ora di scappare. In verità, eccitata all’idea di vedere le signore del mare, non avevo letto bene la guida che avvertiva di stare lontani da Laganas se si era in cerca di tranquillità. 




Ritornando verso nord, passando per la costa est, siamo arrivati a Zacinto città, la capitale, ricostruita dopo il terremoto del 1953 che non mi ha entusiasmato molto, forse ancora negativizzata dalla vista della città del divertimento. Giunti di nuovo a nord, abbiamo gironzolato per il minuscolo porto,assistendo alle manovre dei pescherecci di ritorno. Un ultimo saluto all’isola e via di nuovo sul traghetto.

 Avevo la ricetta sul libro che ho comprato ma io mi fido solo di lei quando si parla di Grecia

Gamberi 300 g
Feta 100 g
Pomodori maturi 250 g
Concentrato di pomodoro 1 cucchiaio
Peperone verde tipo friariello 1
Cipolla bianca 1 piccola
Olio extravergine di oliva
Sale

Pulire i gamberi togliendo anche il filo nero sul dorso.
Lessarli per 5 minuti in acqua salata. Toglierli e metterli da parte lasciando l’acqua di cottura filtrata.
Tagliare a strisce sottili la cipolla e il peperone. Soffriggere la cipolla in un pochino d’olio (anche un peperoncino se piace) poi aggiungere il peperone tagliato a striscioline fini e far insaporire.
Aggiungere i pomodori freschi passati alla grattugia, e il concentrato di pomodoro diluito in una tazzina da caffè dell’acqua di cottura dei gamberi.
Dopo circa 10 minuti, aggiungere i gamberi e cuocere per altri 5 minuti.
Fare la feta a pezzettini piccoli e unirla agli altri ingredienti. Cuocere per 5 minuti. Finire la cottura nel forno per 10 minuti circa a 200 gradi.